CITTADINI (ANCHE) DI QUESTO MONDO: i cattolici americani al voto

Posted on 5 novembre 2010

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Ci sono dei momenti in cui il mio orgoglio europeo subisce un duro colpo. Ci sono volte che, leggendo un articolo o, come in questo caso, guardando un video, mi butto questa nostra storia ultramillenaria alle spalle senza troppi rimpianti e sospiro di non essere venuta al mondo avvolta in una copertina a stelle e strisce.

Esagerazioni? Io vi posto il video, giudicate voi. Nonostante sia stato creato per le elezioni presidenziali USA del 2008 vi sfido a non invocarne la visione obbligatoria in ogni cinema parrocchiale italiano.

Sul sito catholicvote.com (lo stesso che ha creato il video qui sopra) ho trovato anche un’interpretazione interessante delle elezioni USA di questa settimana: ne ho tradotte le parti principali, ma qui potete trovare il testo completo.

A lunedì!

UN’ELEZIONE QUASI CATTOLICA
di Tom Crowe

[..]Le elezioni di ieri hanno mostrato un tendenza molto decisa e mandato chiari messaggi, anche se non tutti i dati parlano di vittorie elettorali.

L’America non vuole statalismo progressista e reagirà con forza contro chi cercherà di impoglierglielo.

Brian Burch ha fatto una lista dei Cattolici eletti e dell’impatto che il voto cattolico ha avuto su queste elezioni. Io vorrei aggiungere un altro elemento: la SUSSIDIARIETA’.

Chiariamo subito: le elezioni ieri non erano un mandato per un particolare partito politico contro un altro, ma un rimprovero contro lo statalismo invadente, l’arroganza e la sordità alle speranze e ai veri desideri della popolazione che ha preso piede a Washington. Negli ultimi due anni abbiamo assistito al tentativo più diretto e meglio articolato di trasformare radicalmente il nostro Paese in una post-cristiana, quasi-europea badantocrazia, dove tutte le decisioni importanti sono prese a Washington e a noi come popolazione viene lasciato scegliere solo quale macchina, dottore, posto di lavoro, cibo, banca o fonte di energia pre-approvata/controllata/gestita dal governo vogliamo usare.

Mettiamola in un altro modo: loro stanno al timone dello stato, mentre ci permettono di scegliere su quale chaise-longue siederemo, in silenzio, sul Titanic. [..]

Così Washington e i suoi burocrati scrivono le regole e decidono per te come ti è permesso vivere. Questo non va bene agli americani cui non piace che qualcuno gli dica che cosa fare. Infatti la sussidiarietà è la nostra struttura nazionale. Questa è la genesi del Tea Party.

Il Tea Party non ha precedenti nella storia americana. Un’ondata spontanea di madri e padri sedentari, piccoli imprenditori, impiegati, disoccupati, bianchi, neri, ispanici, latini, sindacalisti, giovani, anziani e molte molte persone che non avevano mai avuto un ruolo attivo in politica finalmente hanno trovato un motivo per dare voce alle loro opinioni, per donare più soldi, per partecipare a manifestazioni, per fare cartelli e per portarli, per far sapere ai loro rappresentanti eletti che loro stanno attenti, che non sono stupidi, che non sono contenti di quello che vedono. Non vogliono di più, anzi, chiedono di meno: meno intrusione del governo, meno Papà Washington, meno confische di proprietà privata per la ridistribuzione, meno centralizzazione dei poteri che il governo legittimamente (ovvero costituzionalmente) esercita.

Ma è anche un movimento che chiede di più: più controllo personale sulla propria vita e proprietà, più libertà di rischio con più protezione del diritto di trarne beneficio, più responsabilità personale per vivere una vita buona e goderne i frutti in questo mondo (e, ovviamente, nell’altro), più salvaguardia delle libertà personali invece che l’obbligo di parlare e agire secondo una particolare ortodossia.

In breve le elezioni e il Tea Party con tutta la sua forza non sono altro che una richiesta di quello che la Chiesa Cattolica chiama “sussidiarietà”, ovvero il principio secondo cui tutti i problemi sono gestiti dalle più piccole, meno centralizzate e più inferiori autorità competenti. La libertà personale deve essere protetta, e se un’aspetto della società dev’essere giustamente regolato o controllato dallo stato, allora lo farà il livello più basso e locale del governo in grado di gestire questo problema.

Il nostro sistema federale con una forte struttura dello stato e del governo locale insieme a un governo nazionale limitato è stato disegnato per funzionare in questo modo.[..] Non tutti gli elettori pensavano alla sussidiarietà mentre andavano a votare, ma questa è ancora impressa nel loro modo di essere e di vedere le cose.

E noi su questo possiamo costruire.
[..]

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Posted in: 2010