WALT DISNEY: dietro il disegno, ecco l’uomo

Posted on 21 gennaio 2010

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Walt Disney è un mito. Indiscusso. Per tutti.
Però se di lui come personaggio, come eroe, come firma famosa, si sa tutto, poco si conosce della sua storia personale, della sua personalità, degli scontri e delle vittorie che ha vissuto per diventare sinonimo di divertimento e fantasia per milioni di bambini in tutto il mondo.
Prima di lasciarvi alla storia vera e propria (tratta da Historycast, podcast di Enrica Salvatori e trascritta da me) e per sottolineare il doppio filo che ha legato Disney al governo degli Stati Uniti, vi voglio raccontare dell’Atto di Estensione dei termini di Copyright varato nel 1998. Noi tutti sappiamo che l’autore di un qualsiasi prodotto artistico detiene tutti i diritti sul prodotto stesso, compreso quello di essere l’unico a poterci guadagnare sopra. Negli USA esisteva un provvedimento del 1976 che regolamentava il diritto di copyright fissandolo a tutta la vita dell’autore più 50 anni. Secondo questa legge però i diritti riguardanti Topolino sarebbero scaduti nel 2000. Nel 1998 viene dunque varato il Copyright Term Extension Act, ovvero l’Atto di estensione dei termini di copyright, che allunga i diritti dell’autore sul prodotto a tutta la sua vita più 70 anni, e, nei casi di corporate autorship, addirittura a 120 dalla creazione o 95 dalla pubblicazione. Non c’è da stupirsi che questo provvedimento venne subito chiamato dai suoi oppositori Atto di protezione di Mickey Mouse, o no?
Buona lettura.

Walt Disney – Historycast

Diciamo subito che non è per nulla facile raccontare questa storia. Leggete infatti come parlano della sua infanzia due biografie di Walt Disney: la prima è del mai troppo rimpianto Franco Fossati, uno dei più grandi esperti di fumetto di sempre.

Per sei anni Walt e il fratello Roy, secondo le migliori tradizioni dei self-made men americani, si alzarono alle 3.30 per consegnare i giornali di casa in casa prima di andare a scuola, e gratis, perché il padre riteneva una paga sufficiente il vitto e l’alloggio.

Ecco invece quello che dice a proposito Mark Elliott, giornalista e scrittore americano esperto del mondo dei media.

Con la scusa di non permettersi altre spese e dando ai figli la colpa di non essere capaci di cavarsela da soli, Elias Disney, il padre di Walt e Roy, sospese la loro già misera paga, e quando poi gli affari risultarono meno proficui del previsto, egli riversò la propria frustrazione sui figli, trovando pretesti per somministrare regolarmente le solite cinghiate che lasciavano Walt, oltre che dolorante, atterrito dalla paura.

Il dato di fondo è più o meno identico. All’età di nove anni il futuro ideatore di Biancaneve, soggetto a un padre autoritario, divide la sua giornata tra un lavoro duro e non pagato, e gli impegni scolastici. Un’ottima palestra educativa e culturale, secondo Fossati, che conduce il giovane Walt a incarnare, anni dopo, l’archetipo del self-made man americano, l’uomo che crea dal nulla un impero a forza di tenacia ed impegno. Ma questa è, secondo Elliott, anche l’origine di tutta una serie di traumi che in età adulta lo porta ad avere gravi turbe psicologiche e comportamentali, tic maniacali come la ricerca di una pulizia ossessiva, lunghi periodi di impotenza sessuale e crisi nervose acute, dipendenza dall’alcool.

Ma come? Il più famoso zio d’America dopo lo zio Tom, creatore di sogni e di un impero economico, era un disturbato mentale? Dietro quel sorriso simpatico, contornato da affascinanti baffetti si nascondeva un uomo preda di pesanti debolezze? Chi era il vero Disney? Non aspettatevi una risposta: qui si trasmettono dubbi, e non verità rivelate, senza contare che sapere la verità su Disney sarebbe un’impresa titanica, perché la multinazionale di Burbank si guarda bene dall’aprire i suoi archivi a ricercatori liberi che non accettino di far controllare i loro scritti dall’azienda prima della pubblicazione. Avendo rifiutato la supervisione, Marc Elliott ha dovuto fondare la sua ricerca su interviste ad amici, nemici e dipendenti, e sugli archivi dell’FBI anch’essi, peraltro, in buona parte off-limits.

L’altra grossa difficoltà nasce dal fatto che Disney più che un uomo è stato soprattutto un’icona, il simbolo dell’americano ideale che unisce genio, bontà e tenacia, che spende la sua vita creando prodotti per le famiglie all’interno di codici morali predefiniti e largamente accettati. Dato il personaggio verrebbe da dire che l’hanno disegnato così, o meglio, che si è disegnato così. In questo modo è stato accettato e vissuto dal pubblico al punto che ora come ora è difficile vedere l’uomo e la sua storia dietro il cartone.

Proviamoci lo stesso, e incominciamo a parlare di alcuni dati comuni che emergono in tutte le biografie di Disney. Per prima, l’indubbia determinazione del carattere e dell’altrettanto certa carica di creatività e d’immaginazione che lo hanno contraddistinto fin dall’infanzia. La sua vita infatti si può leggere come una lunga collana di idee geniali e di realizzazioni di successo, ma anche come una catena di fallimenti, a cui tuttavia è sempre corrisposta una reazione in positivo. Come quando nel 1923 non riuscì a completare in tempo il suo primo lavoro d’animazione, Alice nel paese dei disegni animati, e abbandonando tutto si comprò un biglietto di prima classe per la California vendendo la propria macchina da presa. O come quando, nel 1928, venne scippato grazie a un cavillo legale del suo primo prodotto di successo, il coniglio Oswald, per arrivare, pochi mesi dopo, alla nascita di Mickey Mouse. E se è vero che Topolino scaturisce più dalla mente del suo collaboratore, Ub Iwerks, che da quella di Walt, è altrettanto vero che nasce sempre e comunque da una determinazione che non può non guardare avanti.

Questo sguardo proiettato verso il futuro è forse la vera chiave per capire Disney. Nel mondo dei primi del Novecento, in cui i progressi della tecnica, specie nel campo della comunicazione, si avvicendano ad un ritmo impressionante, Disney è fra i più attenti ed entusiasti sperimentatori. Quando inizia a muoversi nell’industria cinematografica, negli anni Venti, i disegni animati svolgono un ruolo assai marginale. Il vento nuovo ha la faccia di Felix the Cat di Pat Sullivan e Otto Mesmer e che tratteggia una strada che Disney decide anch’egli di percorrere, immediatamente e migliorandola.

Nel 1927 Walt era tra gli spettatori di “The Jazz Singer”, il primo film sonoro della Warner Bros, che lo convince a sposare subito la nuova tecnica: Steamboat Willy è infatti del 1928. Allo stesso modo utilizza, appena uscite, la pellicola Technicolor e la tecnica della multiplaying camera, uno strumento in cui lo sfondo ed i personaggi sono posti in modo da creare l’illusione della tridimensionalità. E non è tutto: l’idea di film misti con attori in carne ed ossa e disegni animati la elabora per la prima volta nel ’22! Più tardi, quando i cartoon vengono prodotti solo in cortometraggio, investe tutte le sue risorse nel primo lungometraggio animato della storia: Biancaneve e i sette nani, del ’37, prima di essere un capolavoro è stato un colpo di genio e un’azzardatissima scommessa commerciale.

Disney punta al prodotto artistico di alto livello, forse senza riuscirci pienamente, con l’unione della musica classica e dei cartoon in Fantasia; si getta entusiasta nella creazione di documentari naturalistici ed è il primo che sfrutta in maniera intensiva il merchandising. Concepisce infine, credendoci fortemente, un’impresa che tutti gli sconsigliano e che invece si rivela uno strepitoso successo: Disneyland, il parco giochi più famoso e remunerativo del mondo.

Questo è però il momento di dire la verità: la verità intera, con franchezza e coraggio. Non si deve evitare di vedere veramente le condizioni del nostro Paese oggi. Questa grande nazione resisterà, come ha resistito in passato, rifiorirà e prospererà di nuovo. Così, prima di tutto, lasciatemi dire ciò che credo fermamente e cioè che la sola cosa di cui dobbiamo aver paura è la paura stessa.”

Leggenda vuole che la celebre frase sulla paura del Presidente Roosevelt, pronunciata il 4 marzo 1933 nel discorso inaugurale del suo mandato, sia stata ispirata da un celeberrimo cortometraggio Disney: I Tre Porcellini. Qui la frase “Chi ha paura del lupo cattivo?” si trasforma nell’immaginario comune nella lotta alla paura in se stessa scatenata dalla Grande Depressione del 1929. La caduta dell’ideale americano nelle ceneri della Borsa suscita un’effettiva paralisi nei comportamenti economici e sociali a cui corrisponde, più tardi, il New Deal di Roosevelt. In questo senso la lotta tenace del Terzo Porcellino che vince il Lupo Cattivo costruendo una solida casa di mattoni si può leggere facilmente come un invito a scacciare la paura paralizzante e intraprendere un nuovo corso costruendo solidamente sulle macerie, anche lottando contro i presunti “cattivi” del capitalismo americano: non è un caso che Disney debba censurare alcune sequenze del cortometraggio quello in cui il Lupo Ezechiele si traveste da mercante ebreo per ingannare uno dei Porcellini e farsi aprire la porta. La crisi del ’29 scatena infatti, tra le altre cose, anche il fiorire di associazioni, molto marcate ideologicamente, che imputano il declino economico al presunto complotto pluto-giudaico e alla diffusa decadenza morale. Hollywood, dominata da compagnie cinematografiche, le Major, in mano ad un ristretto gruppo di uomini d’affari ebrei, è vista proprio come la capitale morale di entrambi i fenomeni.

Disney, pur avversando le Major, cerca di trovare  successo all’interno del sistema da loro gestito. Ci riesce con Mickey Mouse, oltre che con i Tre Porcellini, utili entrambi ad Hollywood proprio per “rifarsi il trucco” di fronte alla crescente ostilità del pubblico americano. Topolino è simpatico, intraprendente e positivo, vive in un mondo moralmente inappuntabile, è adatto alle famiglie americane e i suoi cortometraggi sono insieme piacevoli e politicamente corretti. Il suo papà, Walt, appare come un nuovo eroe di cui Hollywood ha bisogno, cristiano e modello inoppugnabile di tempra morale, uno che lavora per il sano divertimento dei bambini americani.

Ma Disney aveva anche altro in comune con le Major di Hollywood: la presunzione di poter ignorare i diritti dei suoi dipendenti, fino a sospenderne temporaneamente i salari, e, come logica conseguenza, la ferma opposizione al sindacalismo. Chi ricorda infatti il nome del creatore grafico di Topolino? O di Paperino? Chi ha animato questi personaggi su pellicola o su carta stampata? Il nome di Ub Iwerks, Norm Ferguson, Hart Debby, e periI comics Floyd Hoffs, Al Tagliaferro, Carl Barks, Romano Scarpa, Giovambattista Carpi o Luciano Battaro, sono oggi noti solo agli appassionati del settore e agli addetti ai lavori, e solo da poche decine d’anni. Per lungo tempo infatti l’unica firma, in realtà un vero e proprio logo studiato a tavolino da Iwerks, è appunto quella di Walt Disney, che si rifiutò ostinatamente di riconoscere una valenza artistica individuale alle persone che di fatto rendono vivi, reali, Topolino&co.

“Walt Disney presenta”: è una sigla che in realtà nasconde centinaia di persone che per anni sono state ignote al grande pubblico e che erano di fatto ampiamente sfruttate negli studios disneyani. Nei primi tempi di produzione dei cortometraggi di Topolino Iwerks produce 700 disegni al giorno senza che il suo ruolo venga mai riconosciuto. Parallelamente Disney stesso procede a costruirsi, grazie a giornalisti compiacenti, l’identità fittizia di genio dell’animazione, anche se in realtà, tra lui e la matita, non c’è mai stato un grande feeling.

Ma i suoi lavoratori, artisti non riconosciuti, sottopagati e sfruttati con orari di lavoro impossibili e con ferree regole di comportamento interno, non tardano a sentire il vento che soffia sempre più forte in Europa come in America: è il vento della lotta operaia e delle organizzazioni sindacali. Disney rifiuta di riconoscere non solo i diritti dei lavoratori dei suoi studios, ma l’esistenza stessa, all’interno della sua azienda, di embrioni di gruppi di malcontento più organizzati; ma in tutta Hollywood la rivolta cresce con il parallelo aggravarsi dei ritmi di lavoro, della condizione del salario e del mancato riconoscimento artistico. Come altri imprenditori prima di lui Disney fa una contromossa: crea un sindacato aziendale, chiaramente manipolato dal vertice e forse legato alla criminalità organizzata, la Disney Studios Federation, che tuttavia viene dichiarata illegale nel 1941. Cominciano allora i licenziamenti, numerosi e ripetuti, tra cui il più celebre è quello di Arthur Babbit che si oppone ostinatamente e per vie legali, a ben cinque licenziamenti ingiusti, ottenendo ogni volta di essere riassunto. Sempre nel 1941 il papà di Topolino assiste a quello cui non avrebbe mai creduto di poter vedere: i suoi artisti, che in ossequio alla mentalità dell’epoca e alla sua personale visione del mondo erano stati fino ad allora la sua “famiglia”, sono in sciopero di fronte ai cancelli di Burbank. E’ forse il punto di svolta della sua esistenza. Tutto il malessere covato nei confronti del socialismo, dei sindacati e del presunto complotto pluto-giudaico, prima abbastanza embrionale, si concretizza ora in scelte pratiche e concrete molto precise.

Negli anni immediatamente precedenti l’entrata in guerra, dice Arthur Babbit, il partito nazista ebbe un seguito limitato ma convinto: “nessuno mi chiese di andare ad uno dei loro raduni ma ci andai per mia iniziativa, per curiosità. In più di un’occasione notai Walt Disney insieme ad altri illustri personaggi hollywoodiani vittime del morbo nazista. Disney ci andava sempre.”. Fa un certo effetto pensare all’ideatore di Bambi e dell’elefantino Dumbo discutere con passione i passi del Mein Kampft hitleriano, eppure la sua vicinanza al partito nazista americano è provata da molti riscontri, così come la collaborazione stretta con alcune organizzazioni governative, come l’FBI. Scelte che si possono leggere, oltre che come ideologiche, anche come opportunistiche. Il Partito Nazista può aiutarlo a far circolare i suoi film in Europa, nelle nazione dove il Partito ha bandito tutti i prodotti americani. La collaborazione con enti governativi invece gli consente di superare il periodo critico della Seconda Guerra Mondiale e avere un appoggio non piccolo per combattere gli odiati sindacalisti e le Major hollywoodiane. L’Air Force gli offre di girare, durante il secondo conflitto mondiale, venti cortometraggi didattici: una commessa che compensa la perdita dei mercati stranieri e sostiene le spese degli studios. Disney viene poi assoldato come informatore dall’FBI il 10 novembre 1940. Concretizza in questo modo l’appoggio alla crociata anti-comunista che sta conducendo l’allora direttore Edgar Hoover e che porta Disney a segnalare come sovversivi diversi dipendenti e colleghi oltre che a fondare, nel 1944, la Motion Picture Alliance for the Preservation of American Ideas, un’associazione nazionalista, anticomunista e paladina di una pretesa purezza dell’ideale americano:

Ci impegniamo a combattere con tutti i mezzi a nostra disposizione ogni sforzo di qualsiasi gruppo rivolto ad adulterare il cinema, allontanandolo dalla libera America che gli ha dato la nascita, e dedicare tutto il nostro lavoro a presentare nel modo più completo la civiltà americana, i suoi modelli e le sue libertà, le sue fedi ed i suoi ideali, per come li conosciamo e crediamo in essi.

La terribile caccia alle streghe è iniziata appunto con Hoover e culminata con il maccartismo vede quindi Disney, lo zio d’America eroe di tutti i bambini, come uno dei principali protagonisti, almeno nell’ambito dello spettacolo.

Il totale è sempre più della somma delle parti e il successo, se vogliamo anche l’eterna giovinezza, di molti capolavori Disney, non si spiegano col solo genio né con l’innovazione tecnica, né tantomeno con la qualità del disegno o con la perfetta corrispondenza tra i messaggi veicolati e le richieste della mentalità collettiva, del governo o del mercato. Nel mix di fattori che produce un capolavoro c’è ovviamente dell’altro, anche se in questo campo l’indagine storica può chiarire e dire ben poco. 

Le favole, specie se nate da un immaginario popolare come Biancaneve o Cenerentola, hanno un forte impatto emotivo perché in un certo senso esorcizzano paure profonde. Questo meccanismo in Disney ha trovato un amplificatore d’eccezione, anche se inconsapevole. Le violenze subite da bambino, il sospetto di essere stato adottato, di aver perso la vera madre a favore di un padre violento, ottuso e dispotico, l’isolamento e la povertà, hanno probabilmente portato il piccolo Walt a rifugiarsi in un mondo di fantasia fatto di incubi e di innocenza, e a riversare questo insieme nelle sue storie, nei legami familiari mai lineari né semplici dei suoi personaggi sempre privi di un genitore o soggetti ad un tutore cattivo, come anche a rendere iper-realistici il terrore, la foresta di Biancaneve, la strega cattiva, la foresta in fiamme di Bambi.

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