SOTTO LA BANDIERA, LA CROCE: il generale Yamamoto

Posted on 13 dicembre 2010

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Questo post l’avevo pensato per il 7 dicembre, anniversario dell’attacco giapponese a Pearl Harbor, ma il fato, nascosto dietro le sembianze di uno strano blocco al mio account qui su WordPress, ha deciso diversamente. Ve lo propongo adesso, dopo quasi un mese di silenzio forzato: il generale Yamamoto ha aspettato già tanto che la sua storia fosse conosciuta, qualche giorno in più, ne sono sicura, non gli sarà pesato.


YAMAMOTO IL CATTOLICO
di Rino Cammilleri

Quando si parla dell’ammiraglio Yamamoto tutti pensano al “proditorio attacco” a Pearl Harbor il 7 dicembre 1941.
Yamamoto era il comandante in capo della flotta giapponese e il responsabile diretto di quell’azione.
Oggi gli storici sono unanimi: quell’attacco non fu “proditorio” per niente; anzi, si trattò di una trappola orchestrata dal presidente americano Roosevelt per indurre il popolo americano a partecipare alla seconda guerra mondiale a fianco dell’Inghilterra. Le sanzioni economiche americane contro il Giappone avevano già messo il paese asiatico con le spalle al muro da un pezzo, tanto che lo stesso Churchìll annotava nei suoi diari il “tentativo di strangolamento”; il Giappone “si trovava costretto a scegliere tra l’accordo con gli Stati Uniti e il suo intervento in guerra”. Ma l’accordo era giugulatorio, e il Giappone decise per la guerra. I giornali nipponici avvertirono gli Usa per più giorni. Poi fu la volta del ministro degli esteri americano, Corder HuII, di mettere in guardia il suo governo. L’ammiraglio Richardson, comandante la flotta americana nel Pacifico, avvisò della probabilità di un attacco a sorpresa a Pearl Harbor. Fu rimosso. Il suo successore, Kimmel, notificò la stessa allarmata notizia.
Niente. Il 24 gennaio il ministro americano della marina avvisò quello della guerra sullo stesso tema.
Ma nessuno mosse un dito per allertare la base navale. Man mano che passava il tempo, divennero legione i militari d’alto grado che prevedevano anche l’ora esatta dell’attacco, il quale era ormai un segreto di pulcinella quando avvenne. In verità, Roosevelt aveva impostato tutta la sua campagna elettorale su un tema: gli americani non avrebbero partecipato alla guerra europea. Di questo lo accusò il suo avversario alle elezioni del 1944, Dewey. Il resto è noto: l’abile Churchill dichiarò guerra al Giappone per “solidarietà”, e Roosevelt prese la palla al balzo per ricambiare la cortesia dichiarando a sua volta guerra anche all’Italia e alla Germania.

Ma torniamo a Yamamoto, l’abilissimo capo navale nipponico che impensierì gli americani fino al punto di costringerli a tentare un piano audacissimo per ucciderlo. Si chiamava Isoroku, ma il suo vero nome era Stefano. Infatti, così fu battezzato cattolico nel 1893.
Era stato scolaro dei padri Marianisti, una congregazione fondata all’inizio del XIX secolo dal francese Guglielmo Giuseppe Chaminade e dedita all’insegnamento. Lo Chaminade è stato dichiarato beato nel settembre 2000, bellissima figura di prete che passò attraverso due rivoluzioni, quella del 1789 e quella del 1830 (per chi vuoi saperne di più gli ho dedicato un intero libro edito da Piemme).
Yamamoto proveniva da una famiglia fieramente avversa alla religione degli occidentali, ma che teneva molto al livello del suo ceto (e la scuola marianista era rinomata, a quel tempo, in Tokyo). Il giovane rimase affascinato dal cattolicesimo, e finì per convertirsi. Ma doveva superare uno scoglio tipicamente giapponese: l’obbedienza al padre.
Così narrò lo stesso Yamamoto la vicenda: “ Mio padre era consigliere di un celebre tempio buddista. In casa avevamo il kamidana, l’altare domestico scintoista, e anche un budsudan, un altare buddista. Ogni mattina, secondo l’uso antico, si facevano ad ambedue gli altari le rituali cerimonie. Naturalmente io esitavo a manifestare il mio desiderio a mio padre. Ma finalmente mi decisi. Gli scrissi una lettera, pregandolo che mi permettesse di istruirmi nella religione cattolica. Quando ebbe in mano la lettera, eccitato e turbato, mio padre si precipitò a Tokyo e mi impose energicamente di cacciare via simili pensieri dalla testa. La dottrina cristiana era pericolosa per lo stato, ed io non dovevo giocarmi così l’avvenire”.
Passò il tempo e il giovane crebbe. Allora, fece ricorso a un espediente cui un giapponese non poteva dire no, qualcosa di superiore anche allo stato e alla religione: l’onore.
Sentite cosa disse a suo padre: “Non sono più un ragazzo ed ho già un’età in cui devo pensare al mio avvenire. Non so dirti in che modo e per quali circostanze io potrei pigliare una cattiva piega e recarti disonore. Questo però posso affermare con certezza: come cattolico, ciò non avverrà mai. Per questo ti ho pregato di darmi il permesso di studiare la dottrina cattolica. Tu me l’hai negato e persisti nella negativa. Sappi, però, che io declino ogni responsabilità del mio operato. Questo te lo dico sapendo quanto ti stia a cuore l’onore del tuo nome”. Il padre, a quel punto, concesse il sospirato permesso.
Così, la notte di Natale del 1893, Isoroku Yamamoto divenne Stefano, e fu il primo giapponese convertito da quei marianisti. Il giovane cattolico fece carriera in marina. Partecipò alla celebre battaglia di Tsushima del 1905, quella in cui i giapponesi inflissero una sonora sconfitta alla flotta russa. La cosa destò grande scalpore: era la prima volta che degli asiatici sconfiggevano degli europei. Sull’onda di quella sconfitta, gli avvenimenti russi presero, com’è noto, una piega rivoluzionaria.
Yamamoto fu in seguito addetto militare negli Stati Uniti e perfino viceministro della marina. Per tutta la seconda guerra mondiale fu la massima autorità militare navale giapponese, da Pearl Harbor alla grande battaglia di Midway, le cui operazioni condusse personalmente. Dopo essere stato padrino di battesimo del generale Tokugawa, comandante supremo dell’aviazione nipponica, morì durante un’operazione militare aerea nel 1943.

IL TIMONE  N. 15 – ANNO III – Settembre/Ottobre 2001 – pag.52-53

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